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diumenge, 6 de setembre del 2009

Diritto naturale e folclore secondo Antonio Gramsci

Quaderno 27 (XI)

1935

Osservazione sul “Folclore”

§ <1>. (*)Giovanni Crocione ( nel volume Problemi fondamentali del Folclore, Bolonga, Zanichelli, 1928) critica come confusa e imprecisa la ripartizione del materiale folcloristico proposta del Pitré nel 1879 nella Premessa alla Bibliografia delle tradizioni popolari e propone una sua ripartizione in quattro sezioni: arte, letteratura, scienza, morale del popolo[1]. Ma anche questa ripartizione è criticata come imprecisa, mal definita, e troppo lata. Raffaele Ciampini, nella “Fiera Letteraria” del 30 dicembre 1928, domanda: “È essa scientifica? Come per es. Farvi rientrare la superstizioni? E che vuole dire una morale del popolo? Come studiarla scientificamente? E perché, allora, non parlare <> di una religione del popolo?”. Si può dire che finora il folclore sia stato studiato prevalentemente come elemento “pittoresco” ( in realtà finora è stato solo raccolto materiale da erudizione e la scienza del folclore è consistita prevalentemente negli studi di metodo per la raccolta, la selezione e la classificazione di tale materiale, cioè nello studio delle cautele pratiche e dei principii empirici necessari per svolgere proficuamente un aspetto particolare dell’erudizione, né con ciè si misconosce l’importanza e il significato storico di alcuni grandi estudiosi del folclore). Occorrerebbe studiarlo invece come “concezione del mondo e della vita”, implicita in grande misura, di determinati strati ( determinati nel tempo e nello spazio) della società, in contraposizione ( anch’essa per lo più implicita, meccanica, oggetiva) con le concezioni del mondo “ufficiali” ( o in senso piú largo delle parti colte della società storicamente determinate) che si sono sucesse nello sviluppo storico. ( Quindi lo stretto rapporto tra folclore e “senso comune” che è il folclore filosofico). | Concezione del mondo no solo no elaborata e sistematica, perché il popolo ( cioè l’insieme delle classi subalterne e strumentali di ogni società finora esistita) per definizione non può avere concezioni elaborate, sistematiche e politicamente organizzate e centralizzate nel loro sia pur contradditorio sviluppo, ma anzi molteplice – non solo nel senso di diverso, e giustapposto, ma anche nel senso di stratificato del piuí grossolano al meno grossolano – se addiritura non deve parlarsi di un agglomerato indigesto di frammenti di tute le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia, della maggior parte della quali, anzi, solo nel floclore trovano i superstiti documenti mutili e contaminati.

Anche il pensiero e la scienza moderna danno continuamente nuovi elementi al “folclore moderno”, in quanto certe nozioni scientifiche e certe opinioni, avulse dal loro complesso e piú o meno sfigurate, cadono continuamente nel dominio popolare e sono “inserite” nel mosaico della tradizione ( la Scoperta dell’America di C. Pascarella mostra come le nozioni, diffuse dai manuali scolastici e dalle “Università popolare”, su Cristoforo Colombo e su tuta una serie di opinioni scientifiche, possano essere bizarramente assimilate)[2]. Il folclore può essere capito solo come un riflesso delle condizioni di vita culturale del popolo, sebbene certe concezioni proprie del folclore si prolunghino anche che dopo che le condizioni siano ( o sembrino) modificare o diano luogo a combinazioni bizarre.

Certo esiste una “religione di popolo”, specialmente nei paesi cattolici e ortodossi, molto diversa de quella degli intelletuali ( che siano religiosi) e specialmente da quella organicamente sistemata della gerarchia ecclesiastica – sebbene si possa sostenere che tute le religioni, anche le piú dirozatte e raffinate, siano “folclore” in rapporto al pensiero moderno, con la capitale differenza che le religioni e quella | cattolica in primo luogo, sono appunto “elaborate e sistemate” dalgi intelletuali (c.s.) e dalla gerarchia ecclesiatica e partanto presentano speciali problemei ( è da vedere se una tale elaborazione e sistemazione non sia necessari per mantenere il folclore diseminato e molteplice: le condizioni della Chiesa prima e dopo la Riforma e il Concilio di Trento e il diverso sviluppo storico-culturalle dei paesi riformati e di quelli ortodossi dopo la riforma e Trento sono elmenti molto significativi). Cosí e vero che esiste una “morale del popolo”, intesa come un insieme determinato ( nel tempo e nello spazio) di massime per la condotta pratica e di costumi che ne derivano o le hanno prodotte, morale che è strettamente legata, come la superstizione, alle credenze reali religiose: esistono degli imperativi che sono molto piú forti, tenaci ed effetuali che no quelli della “morale” ufficiale. Anche in questa sfera occorre distinguere diversi strati: quelli fossilizzati che rispecchiano condizioni di vita passata e quindi conservativi e reazionari, e quelli che sono una serie di innovazioni, speso creative e progresive, determinate spontaneamente da forme e condizioni di vita in processo di sviluppo e che sono in contraddizione, o solamente diverse, dalla morale degli strati dirigenti.

Il Ciampini trova molte giusta la necessità sostenuta dal Crocioni che il folclore sia insegnato nelle scuole dove si preparano i futuri insegnanti, ma poi nega che possa porsi la quistione della utilità del folclore ( c’è indubbiamente confusione tra “scienza del folclore”, “conoscenza del folclore” e “folclore” cioè “esistenza del folclore”; pare che il Ciampini qui voglia propio dire “esistenza del folclore” cosí che l’insegnante non dovrebbe combattere la concezione tolemaica, che è propria del folclore). Per il Ciampini il folclore (?) è fine a se steso o ha la sola utilità di offerire a un popolo gli elementi per una piú profonda “conoscenza | e scienza del folclore”). Studiare le superstizioni per sradicarle sarebbe per il Ciampini, come se il folclore uccidesse se stesso, mentre la scienza non è conoscenza disitneressata, fine a se stessa! Ma allora perché insegnare il folclore nelle scuole che preparano gli insegnanti? Per accrescere la cultura disinteressata dei maestri? Per mostrar loro cuoè che non devono distruggere?

Come appare, le idee del Ciampini sono molto confuse e anzi intimamente incoerenti, poiché, in altra sede, il Ciampini stesso riconoscerà che lo Stato non è agnostico ma ha una su conzecione della vita e ha il dovere di diffonderla, educando le masse nazionali. Ma questa attività formativa dello Stato, che si esprime, oltre che nell’attività politica generale, specialmente nella scuola, non si svolge sul niente e dal niente: in realtà esse è in concorrenza e in contradditorio con altre conzecioni esplictie e implicite e tra queste non delle minori e meno tenaci è il folclore, che pertanto deve essere “superato”. Conoscere il “folclore” significa pertanto per l’insegnante conoscere quali concezioni del mondo e della vita lavorano di fatto alla formazione intelletuale e morale delle generazioni piú giovani per estirparle e sostituirle con concezioni ritenute superiori. Delle scuole elementari alle... Catedre d’agricoltura, in realtà, il folclore era già sistematicamente battuto in breccia: l’insegnamento del folclore agli insegnanti devrebbe rafforzare ancor piú questo lavoro sistematico. È certo che per raggiungere il fine occorrerebbe mutare lo spririto delle ricerche folcloristiche oltre che approfondirle ed estenderle. Il folclore no deve essere concepito come bizarria, una stranezza o un elmento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. Solo cosí l’insegnante sara piú efficiente e determinerà realmente la nascita di una cultura delle grandi masse popolare, cioè sparirà il distacco tra cultura | moderna e cultura popolare o folclore. Un’attività di questo genere, fatta in profondità, corrsiponderebbe nel piano intelletuale a ciò che è stata la Riforma nei paesi protestanti.

Cfr. Quaderno I (XVI), pp. 64 bis, 65 bis-66

(*) Nota de l’editore: “Testo C ( già in LVN, 215-18): sonoutilizzati due testi A del Quderno I (XVI), § 86: Giovanni Crocionii, Problemi fondamentali del Folklore, e § 89: Folklore ( Q, 88. 89-90)”

§ <>. “Diritto naturale” e folclore (*). Viene essercitata ancora oggi una certa critica, per lo piú di carattere giornalistico e superciciale, non molto brillante contro il cosí detto diritto naturale ( cfr qualche elucubrazione di Maurizio Maraviglia e i sarcasmi e le beffe piú o menos convenzionali e stantie dei giornali e delle reviste) [3]. Qual è il significato reale di queste esecitazioni?

Per comprendere ciò occorre, mi pare, distinguere alcune delle espressioni che tradizionalmente ha assunto il “diritto naturale”:

I) La expressione cattolica, contro la quale gli attuali polemisti non hanno il coraggio di prendere una netta posizione, sebbene il concetto di “diritto naturale” sia essenziale ed integrante della dottrina sociale e politica cattolica. Sarebbe interessante ricordare lo stretto rapporto che esiste tra religione cattolica, cosí comme è stata intesa sempre dalle grandi masse e gli “immortali principii dell’89”. I cattolici stessi della gerarchia ammetono questo rapporto quando affermano che la rivoluzione francese è stata una “eresia” o che da essa si è iniziata una nuova eresia, riconoscono cioè che allora è avvenuta una scissione nella stessa fondamentale mentalità e concezione del mondo e della vita: d’altronde solo cosí si può spiegare la storia religiosa della Rivoluzione francese, ché sarebbe altrimenti inesplicabile l’adesione in massa alle nuove idee e alla politica rivoluzionaria dei giacobini contro il clero, di una popolazione che era certo ancora profondamente religiosa e cattolica. Per ciò si può dire che concettualmente non i principii della Rivoluzione francese superano la religione, poiché appartengono alla sua stessa sfera mentale, ma i principii che sono superiori storica | mente ( in quanto esprimono esigenze nuove e superiori) a quelli della Rivoluzione francese, cioè quelli che si fondano sulle realtà effettuale della forza e della lotta.

2) La espressione di diversi gruppi intelletuali, di diverse tendenze politico-guiridiche, che è quella sulla quale si è svolta finora la polemica scientifica sul “diritto naturale”. A questo proposito la quistione è stata risolta fondamentalmente del Croce, col riconoscimiento che siè trattato de correnti politiche e pubblicistiche, che avevano il loro significato e la loro importanza in quanto esprimevano esigenze reali nlla forma dogmatica e sistematica della cosí detta scienza del diritto ( cfr la trattazione del Croce) [4]. Contro questa tendenza si svolge la polemica “apparente” degli attuali esercitatori di scienza del diritto, che in realtà, non distinguendo tra il contenuto reale del “diritto naturale” ( rivendicazioni concrete de carattere politico-economico-sociale), la forma della teorizzazione e la giustificazione mentali che del contenuto reale dà il diritto naturale, sono piú acritici e antistorici dei teorici del diritto naturale, cioè sono dei muli bendati del piú gretto conservatorismo ( che si riferisce anche alle cose passate e “storicamente” superate e spazzate via).

3) La polemica in realtà mira ad infrenare l’influsso che specialmente sui giovani intelletuali potrebbero avere ( e hanno realmente) le correnti popolari del “diritto naturale”, cioè quell’insieme di opinioni e di credenze sui “propii” diritti que circolano ininterrottamente nelle masse popolari, che si rinnovano di continuo sotto la spinta delle condizioni reali di vita e dello spontaneo confronto tra il modo de essere dei diversi cetti. La religione ha molto influsso su queste correnti, la religione in tutti sensi, da quella come è realmente sentita e attuata a quella quale è organizata e sistematizzata dalla gerarchia, che no può rinunziare al concetto di diritto popolare. Ma su queste correnti influiscono, per meati intelletuali incontrollabili e | capillari, anche una serie di concetti diffusi dalle correnti laiche del diritto naturale e ancora diventano “diritto naturale”, per contaminazioni le piú svariate e bizarre, anche certi programmi e proposizioni affermati dallo “storicismo”. Esiste dunque una massa di opinioni “giuridiche” popolari, che assumono la forma del “diritto naturale” e sono il “folclore” giuridico. Che tale corrente abbia importanza non piccola è stato dimostrato dalla organizzazione delle “Corte d’Assisi” e di tutta una serie di magistrature arbitrali o di conciliazione, in tutti i campi dei rapporti individuali e di gruppo, che appunto dovrebbero giudicare tenendo conto del “diritto” come è inteso dal popolo, controllato del diritto poisitivo o ufficiale. Né è da pensare che l’importanza di questa questione sia sparita con l’abolizione delle giurie popolari, perché nessun magistrato può in una qualsiasi misura prescindere dall’opinione: è anzi probabile che la quistione si representi in altra forme in misura ben piú estesa che nel pasato, ciò che non mancherà di sollevare pericoli e nuove serie di problemi da risolvere.

Cfr Quaderno I (XVI), pp. 14 bis- 15, 3 bis.

(*) Testo C ( già in LVN, 218-20): sono utilizzati due testi A del Quaderno I (XVI), § 28. Diritto naturale ( min parte) e § 4: Diritto naturale e cattolicismo ( Q, 22-23, 7).


[1] Cfr nota 1 al Quaderno I (XVI), § 89.

[2] Cfr nota 2 al Quaderno I (XVI), § 89.

[3] Cfr Quaderno 15 (II), § 8 e nota I.

[4] Probabilmente Gramsci si riferisce al capitolo Rousseau.Il diritto naturale di Elementi di politica; cfr Croce, etica e politica, pp. 256-59.